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Spesso ci si chiede se oggi si possa ancora utilizzare il termine mestiere o se fosse più giusto parlare di artigiano; sicuramente fino a qualche anno fa quando una persona esercitava un lavoro manuale con cui si guadagnava da vivere veniva visto come colui che esercitava un mestiere e anzi veniva ricordato proprio per il mestiere che faceva. Purtroppo in Sicilia, ma anche in molti altri posti, alcuni antichi mestieri oggi non esistono più o comunque sono in via di estinzione; troppo comodo l’uso della tecnologia e dell’elettronica nella fabbricazione dei prodotti rispetto al lavoro manuale, ma nello stesso tempo bisogna dire che molti mestieri non hanno più la loro iniziale importanza economica per essere ancora in uso.

Attraverso un elenco si vogliono ricordare i principali mestieri che, in Sicilia, si sono sviluppati e che tanto hanno dato agli uomini di allora; è chiaro che la maggior parte di essi richiama il territorio di appartenenza quindi si fonda sull’economia e sul commercio locale. Si trattava di lavori complessi che richiedevano sudore e fatica; molti lavoratori svolgevano il loro mestiere per parecchie ore al giorno, spesso partivano anche di notte a piedi o con l’asino in base al luogo che dovevano raggiungere e alla fine della giornata ad essi non rimaneva altro che sedersi a tavola per consumare la loro povera cena.

Le nostre ricerche, basate su tutta l’isola, richiamano termini di uno o altro dialetto; di conseguenza, alcuni lavori possono avere dei nomi differenti in base al luogo o alla provincia dove essi hanno trovato sviluppo.

ARTI E MESTIERI con la lettera F

FALIGNAMI (Falegname)

Il mestiere di falegname richiedeva molta bravura; difatti, in molti casi non tutti i falegnami facevano le stesse cose ma, in base alle proprie capacità, diversificavano il loro lavoro. Anticamente non esistevano le macchine per cui gli attrezzi da lavoro erano seghe, pialle, martelli, chiodi, raspe; tutto ciò utile per costruire armadi, letti, bauli ecc.. In base alla ricchezza della persona che ne faceva richiesta i falegnami utilizzavano materiale più o meno pregiato; ad esempio i clienti più ricchi richiedevano oggetti più pregiati per cui alcuni falegnami diventarono dei veri e propri ebanisti. Oggi, come in ogni cosa, la tecnologia ha notevolmente diminuito il lavoro manuale rendendolo meno duro e più rapido; in particolare, trovare un falegname che fabbrichi un oggetto dall’inizio alla fine non è semplice. Un tempo, infatti, i falegnami costruivano i loro oggetti in toto ovvero: sceglievano le tavole, le tagliavano, le piallavano e le levigavano, successivamente le fissavano con la colla ed eventualmente con dei chiodi, la fase successiva era la stuccatura, poi il passaggio della carta vetrata ed infine le verniciatura e la lucidatura

FASCIDDARU

Il mestiere si riferisce a colui che creava le fascedde (fiscelle) ovvero le piccole ceste di vimini in cui veniva posta la ricotta appena preparata. Il materiale di costruzione era il giunco, raccolto lungo i margini dei fiumi o comunque nelle vicinanze di terreni umidi; dopo essere stato essiccato veniva lavorato ad intreccio in modo da realizzare o le fascedde o i cannistri (i contenitori per il formaggio).

FATTURI (Fattore)

Il mestiere del fattore faceva riferimento al mondo contadino infatti esso raffigurava la persona che rappresentava il comando, l’amministratore delle tenute agrarie. In pratica si trattava di persone, con minime competenze scolastiche, che si trovavano al servizio dei padroni delle tenute agrarie; essi, sorvegliavano le tenute controllando i contadini e, in alcuni casi, facevano da tramite tra padrone e contadino anche se, essendo il fattore culturalmente più preparato del villano, si trovava in una posizione di superiorità e ne faceva sfoggio ogni qual volta se ne presentava l’occasione. Di solito, il fattore che girava per la campagna per controllare le proprietà del suo principale, era ben vestito: aveva giacca e cappello in testa, corpetto con catena e un grosso orologio a cipolla. Con i cambiamenti del mondo contadino la figura del fattore è ormai scomparsa anche se evoluta nell’odierno intermediario che ha il compito di conciliare le esigenze di un’azienda con quelle degli operai.

FILATRICI (Filatrice)

Mestiere femminile in cui le donne utilizzavano l’arcolaio ovvero uno strumento che serviva a disfare le matasse. Venivano filate o la lana o la canapa. Altre, contemporaneamente lavoravano al tombolo, uno strumento in legno che serviva a realizzare pizzi e merletti. Le donne facevano questo lavoro utilizzando tanti spilli, intrecciando fili colorati in modo da creare centri da tavolo, tovaglie e copriletti.

FIRRARU (Fabbro)

Ormai quasi completamente scomparso, il mestiere prevedeva di ferrare (rivestire di ferro) cavalli, asini e muli ma nello stesso tempo anche di pulire gli zoccoli di tali animali con tenaglie e punte di diverse dimensioni. Il fabbro, però, non lavorava solo per gli animali ma realizzava attrezzi per l’agricoltura come zappe ed aratri ma anche chiavi per le porte domestiche. La sua officina prendeva in gergo dialettale il termine di “forgia”.

FUMIRARU (Raccoglitore di concimi)

Il termine si riferisce a colui che raccoglieva “u fumeri”. La sostanza, che può essere naturale o chimica, composta in particolar modo dal letame delle stalle ma anche dai rifiuti organici delle industrie o delle botteghe, veniva mescolata e venduta per la concimazione dei terreni agricoli in modo da rendere fertile il terreno. Alcune famiglie vivevano proprio grazie ai guadagni della vendita dei “fumirara”.

FURNARU (Fornaio)

Oggi il termine fornaio è sinonimo di panettiere ma un tempo le due figure erano distinte: il primo era colui che si occupava del forno mentre il secondo lavorava l’impasto per realizzare il pane. Anticamente i forni, in mattone con piano cottura e un cielo a cupola, si riscaldavano esclusivamente a legna; per permettere una buona cottura e soprattutto per evitare un rapido raffreddamento sopra la cupola veniva messo uno strato di sabbia. Dopo aver riscaldato il forno, tolto la brace, spazzolato e pulito il piano cottura (utilizzando uno straccio umido), il fornaio aveva la temperatura ideale per infornare il pane. Successivamente dopo aver chiuso il forno con uno sportellino di metallo, attesa la cottura, il pane veniva posto in delle ceste di vimini ed era pronto per essere venduto.

 

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